Cosa fa un pugliese allo stadio? Quali sono le emozioni che vive chi, lontano da casa, torna giù per la partita del cuore? Ecco il racconto di Mauro Notarnicola!

Un pugliese allo stadio: il racconto di Mauro Notarnicola

È una settimana che ci penso e non sto più nella pelle. Ho preso i biglietti online come faccio sempre in queste occasioni. Ho dato appuntamento ai miei amici alla stazione, e di lì si sarebbe dipanata la nostra giornata. La nostra trasferta, ancora una volta tutti insieme. È una settimana che ci penso, che ripeto i cori, anche in cantiere, tra un formulario e una telefonata. Chissà come sarà bello cullare mio figlio, un giorno, a suon di cori da stadio. È proprio vero: come dice il protagonista di “Febbre a 90°”, “noi non supereremo mai questa fase”. E se viene la mia squadra a trenta chilometri da dove vivo adesso, non posso fare altro che pensare a questo. È una settimana che ci penso, ma non me ne vergogno. Mia moglie lo sa, lo ha accettato. Ma solo perché è pugliese come me.

A lavoro me lo ripeto ogni giorno: “non devi per forza dirlo a tutti!” E invece non faccio altro che sbandierare coi colleghi il fatto che saremo in tanti, che sarà pieno. Ma soprattutto che sarà bellissimo. Vivo qui da tre lunghi anni, fatti di sacrifici, di rinunce, di trasferte estenuanti. Ma la Puglia non me la scrollo di dosso nemmeno a mille chilometri di distanza. Nemmeno dopo mille giorni di esilio forzato. Nemmeno con un figlio in arrivo. I miei non lo sanno ancora, non so nemmeno come dire loro questa novità. Perché sono ancora un ragazzo della Curva. E quando sento il richiamo della sciarpa al collo, ancora non riesco a resistere.

L’appuntamento è in stazione per le dieci in punto. I ragazzi hanno fatto tutta una notte in treno, pur di essere presenti. Finalmente, dopo tanto tempo, potremo dividere un pezzettino di settore ospiti. Come abbiamo fatto fino a tre anni fa, quando andavamo a fare le trasferte come se fossero delle scampagnate. Come quando ci sentivamo degli uomini e invece eravamo ancora ragazzi. Ora è l’esatto contrario: ci sentiamo ragazzi pur essendo tutti sposati con prole. Solo che loro sono rimasti giù, con un lavoro onesto a fare da condimento ad una vita sobria ma dignitosa. Io, invece, son dovuto andare via. Non sono andato via a malincuore, anzi! Ne avevo bisogno. E non me ne vergogno. Ma dopo tutto questo tempo, sento forte il desiderio di casa. E sebbene questa terra mi abbia accolto come un figlio, la Puglia resta sempre il mio porto sicuro, il mio stadio per le partite casalinghe, la sciarpa da indossare ad ogni match.

Metto su il mio bomber nero, la felpa del Club, la sciarpa al collo che Antonio mi ha regalato il giorno della mia laurea. Mi guardo allo specchio e sono felice. “Dai, su, si fa tardi”. Li vado a prendere e ci abbracciamo come se non ci vedessimo da una vita. Eppure è solo da Natale che non ci vediamo. Mi hanno portato un “pacco da giù” che quando l’ho visto avrei voluto “caricare di male parole” mia madre. Pesava un accidente e Massimo si è offerto di portarlo ben volentieri, consapevole che qualcosa del contenuto sarebbe spettato anche a lui. Insieme a lui Francesco, Cosimo e Antonio. “Guarda” – gli dico indicando la sciarpa – “le sto facendo fare il giro degli stadi italiani!” Sorridiamo tutti insieme e corriamo a pranzare a casa mia. Pasto frugale con metà delle cose che erano nel pacco. Ma non c’è tempo, la partita inizia fra due ore soltanto!

Arriviamo nel settore ospiti e incontro tutti i compaesani: Franco è qui da trent’anni e non ha minimamente perso l’accento. Ha moglie e figlie autoctone, ma guai a parlargli di cibo locale. Sebastiano invece è arrivato quasi insieme a me. Però lui, a differenza di Franco, ha già preso l’accento. Lo riconosci solo perché usa ancora molte volte il “mò”. Alessandra è arrivata qui dieci anni fa per fare “la stagione” in un hotel. Si è innamorata del suo collega molisano e da due anni vivono all’angolo di casa mia (ma la cosa non è voluta). E mentre alla spicciolata arrivano gli altri, arrivano anche le focacce col pomodoro, i calzoni di cipolla, i panzerotti, le frise. Io ho portato i taralli, che a lavoro vanno a ruba. Tocca ogni volta richiedere la “fornitura” al mio povero papà. “Dai ragà che si fredda tutto!”, “Frà, noi abbiamo mangiato!” Mi guarda come chi guarda un assassino. “Faccio finta di non sentire”. E mi offre la bignolata, la torta che fanno proprio al mio paese. “Questa so da dove arriva!” Sorride, mi dà una pacca ed esclama “Oggi si vincerà!”

Sono qui da tre anni e ogni volta la stessa storia. Con questi ragazzi condividiamo un posto chiamato “Puglia”. Eppure ogni volta ci sale il magone. Qualcuno sospira anche. Siamo a mille chilometri da casa, eppure, per una benedetta partita di calcio, per novanta maledettissimi minuti, siamo a casa. Un altro stadio, un’altra curva, un’altra regione. Eppure sempre là, nello stadio che ci ha visti crescere. Cantiamo. “Per la nostra città, per la nostra città”. In effetti è per questo che siamo qui. E siamo qui tutti insieme. Noi che siamo dovuti partire. Noi che ogni volta che ci troviamo su questi gradoni, sudici di birra, torniamo a casa. Chissà cosa pensano quelli del Nord quando vengono da noi in trasferta…intanto la partita scorre. C’è un calcio di rigore. Non so come andrà a finire. So solo che oggi mi sento bene. Vada come vada.

No, non mi interessa il risultato. Sono qui perché sono pugliese dentro. Sono qui perché non riesco a smettere. Sono qui perché non voglio smettere. Sono qui perché lo voglio urlare. E infatti esco dallo stadio completamente afono. Quello che mi chiedo è “ma come fanno quelli che non seguono il calcio?” Più e più volte ho sentito dire che il calcio è un gioco. Provino a dirlo ai mille malati che oggi erano nel settore ospiti. Provino a dirlo a Franco che ha lasciato la Puglia da ragazzo e ora è nonno, o a chi fa mille chilometri per una passione. Provino a dirlo a chi, pur non seguendo, oggi è venuto allo stadio per salutare la squadra della propria città almeno una volta l’anno. Questo rende il calcio meraviglioso. E mi chiedo quando tornerà una squadra pugliese in serie A. Riagganciare il filo coi pugliesi a Milano, Torino, Roma.

Più mi guardo intorno e più riscopro la mia terra. La riscopro standoci lontano, me la guardo come una pietra preziosa dal cerchio di centrocampo, la rivivo in un coro da stadio. E non importa il risultato. La Puglia che è qui oggi non può dirsi sconfitta.

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